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domingo, 15 de diciembre de 2013
MARTE, ECCO LE TRACCE DI UN GRANDE LAGO. ''LA VITA ERA POSSIBLE SUL PIANETA ROSSO''
Vita su Marte? Sì, no, forse. La prova è nelle tracce rimaste di un lago calmo di acqua dolce alimentato da fiumi che scorrevano in superficie e che possedeva elementi biologici chiave. Carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo. Sarebbe esistito sul pianeta rosso circa 3,6 miliardi di anni fa e durato decine di migliaia di anni, ma forse centinaia di migliaia di anni. I risultati provenienti dalla missione Mars Science Laboratory (MSL) della Nasa sono stati prodotti dalle analisi, fra gli altri, dei ricercatori dell'Imperial College London.
La prova è nelle tracce rimaste di un lago calmo di acqua dolce alimentato da fiumi che scorrevano in superficie e che possedeva elementi biologici chiave. Carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo. Sarebbe esistito sul pianeta rosso circa 3,6 miliardi di anni fa e durato decine di migliaia di anni, ma forse centinaia di migliaia di anni. I risultati provenienti dalla missione Mars Science Laboratory (MSL) della Nasa sono stati prodotti dalle analisi, fra gli altri, dei ricercatori dell'Imperial College London. "L'acqua è la condizione senza la quale non potrebbe esistere la vita come la conosciamo, ma da sola non basta perché ci sia un ambiente favorevole alla vita", ha spiegato John Grotzinger, del California Institute of Technology (Caltech), coordinatore di una delle sei ricerche. Oltre all'acqua, prosegue "serve una fonte di energia che alimenti il metabolismo dei microrganismi, come carbonio, idrogeno, zolfo, azoto e fosforo". Ora si sa che su Marte questi elementi c'erano e questo, per Grotzinger, suggerisce che "nei primissimi miliardi di anni della sua storia la superficie di Marte fosse notevolmente diversa da quella attuale". Adesso, ha aggiunto il ricercatore su Science, "siamo in grado di dimostrare che il cratere Gale una volta ospitava un antico lago con caratteristiche adeguate a supportare una biosfera marziana basata su chemiolitoautotrofi".
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jueves, 17 de octubre de 2013
PIOGGE DI DIAMANTI SU GIOVE E SATURNO: LA SUGGESTIVA SCOPERTA DELLA SONDA CASSINI
Passi avanti nello studio dei due pianeti più grandi del Sistema Solare. Piogge di diamanti liquidi su Giove e Saturno, pianeti sui quali galleggerebbero inoltre enormi iceberg di diamante. Lo rivela una ricerca pubblicata dal California Specialty Engineering di Pasadena negli Usa, in base alla quale pezzi di diamante potrebbero fluttuare nei fluidi di idrogeno ed elio che compongono l'atmosfera dei due pianeti giganti del sistema solare. A profondità più elevate, la pressione e le temperature estreme scioglierebbero le gemme preziose, provocando vere e proprie piogge di diamanti liquidi, secondo i ricercatori. "I nuovi dati disponibili hanno confermato che in profondità, i diamanti potrebbero galleggiare su Saturno, alcuni talmente grandi da poter esser chiamati 'diamondberg'" scrivono Mona Delitsky del California Specialty Engineering e Kevin Baines dell'University of Wisconsin-Madison, autori della ricerca presentata a Denver al convegno annuale della Divisione Scienze planetarie dell'American Astronomical Society. I diamanti si possono formare quando il carbonio, sotto forma di di grafite o fuliggine create dalle colossali tempeste elettriche nell'atmosfera di Saturno, cade nell'atmosfera profonda e viene compattato dalla pressione a formare la gemma. I diamanti solidi proseguono poi la loro discesa nelle profondità del pianeta, dove, vicino al nucleo, si liquefanno. Gli scienziati ipotizzano da tempo che diamanti relativamente stabili compongano i nuclei relativamente freddi di pianeti quali Nettuno e Urano, lontanissimi dal Sole, ma finora si pensava che Giove e Saturno fossero troppo caldi per permettere la formazioni dei diamanti solidi. Ma grazie a sonde robotiche, gli uomini potranno in futuro estrarre diamanti da Giove e Saturno. Baines e Delitsky hanno addirittura scritto un libro in cui pronosticano che navi spaziali minerarie, pilotate da robot, potranno in futuro raccogliere diamanti sui due pianeti ei riportarli sula Terra.
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viernes, 6 de septiembre de 2013
IL MISTERO DEI BUCHI NERI: ''SPINGONO LA MATERIA FUORI DALLA GALASSIA''
Nuove informazioni vengono fuori sui misteriosi buchi neri.Ciuffi di gas di idrogeno grandi fino a 140.000 volte la massa del Sole vengono sparati fuori dalla galassia ad una velocità quasi pari a quella della luce. Una volta fuori, poi, creano nuovi ammassi stellari. Queste scene apocalittiche, generate da un buco nero, sono state osservate da alcuni astronomi guidati dalla ricercatrice italiana Raffaella Morganti che, utilizzando una rete mondiale di radiotelescopi, hanno scoperto come nel cuore della Via Lattea esistano simili scenari.
A darne notizia è un articolo apparso sul numero di settembre della rivista Science e scritto da un gruppo di ricercatori internazionali tra i quali figura anche un'altra italiana Monica Orienti del dipartimento di radioastronomia presso l'Istituto Nazionale di Astrofisica. Il buco nero è una grande concentrazione di massa molto densa al punto che neanche la luce riesce ad uscirne fuori. Normalmente inghiotte materia ma per far questo genera dei vortici lungo il suo perimetro che, sfruttando la tremenda energia gravitazionale, spingono, dai suoi poli, il materiale fuori dalla galassia ad una velocità di quasi mille chilometri al secondo. Per gli astronomi questo processo sta limitando il nutrimento di materia del buco nero impedendone così la crescita. Nel contempo però aumenta la materia espulsa, fornendo così le basi per nuove formazioni stellari. I ricercatori per studiare una galassia il cui buco nero avesse queste caratteristiche, ne hanno scelta una chiamata 4C12.50, che è distante quasi 1,5 miliardi di anni luce dalla Terra.
«Con le immagini finemente dettagliate fornite da una combinazione intercontinentale di radiotelescopi, siamo stati in grado di vedere enormi ciuffi di gas freddo venire spinto lontano dal centro della galassia dai getti generati dal buco nero» ha detto Raffaella Morganti, dell'istituto di radioastronomia dell'università di Groningen in Olanda. Una delle nubi è di circa 16.000 volte la massa del Sole, mentre l'altra raggiunge 140.000 volte la grandezza della nostra stella. I ricercatori poi hanno misurato la nube più grande che è, in termini di dimensione, 160 per 190 anni luce.
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